| Anno XI |
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Foglio informativo per i
soci
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Mistretta
è sita su un colle a circa 1000 metri sul livello del mare nei boscosi
monti Nebrodi, ricchi di selvaggina e famosi fin dall’antichità
per il loro splendore.
La cittadina si trova a metà tra Palermo e Messina e la statale
117 collega in pochi minuti Mistretta al mare (15 chilometri circa)
creando un suggestivo binomio montagna-mare, infatti, il panorama
che si può ammirare dalle parti più alte del paese è spettacolare,
dai boscosi monti si scende con lo sguardo fino al mare con sullo
sfondo le Isole Eolie e, se a questo si aggiunge che durante l’inverno
spesso il paese è ricoperto di neve, lo scenario cui si può assistere
è unico.
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Panorama di Mistretta
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Storia
L’origine
precisa di Mistretta si perde nella profonda notte dei secoli. Le
leggende vogliono questa città fondata dai Ciclopi, antichi abitanti
della Sicilia secondo la “Odissea”, alcuni storici affermano che
è stata fondata dai Fenici, ma molto probabilmente le sue origini
risalgono ai Sicani, primo popolo abitante della Sicilia insieme
ai Siculi, come dimostrano le antiche costruzioni in pietra e gli
oggetti di ceramica ritrovati nel territorio circostante alla città,
molto simili a reperti di civiltà sicana ritrovati nell'Asia Minore.
In ogni caso, le origini di questa cittadina sono incerte e spesso
la storia si confonde con il mito, tuttavia, intere generazioni
di storici, a cominciare dalle prime documentazioni di età greca
e romana, hanno cercato di risalire alla nascita di questa cittadina,
sicuramente tra le più antiche della Sicilia. Chiara, è l’origine
semitica della nomenclatura, che sembrerebbe indicare, qualunque
sia l’interpretazione che si vuol accettare, una presenza fenicia
nella zona in cui sorge oggi l’attuale centro di Mistretta, infatti
Astarte era una divinità fenicia e l’archeologia ci suggerisce la
presenza di un tempio a lei dedicato
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Antiche costruzioni tipiche
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I
Greci e i Romani
I
Greci giunsero intorno al 700 a.C. sulla costa tirrenica siciliana
e cominciarono ad insediarsi verso l’interno; si narra che un gruppo
di questi, guidato da un condottiero detto Leukaspis, fu ben accolto
a Mistretta, tanto che lo stesso condottiero fu venerato come un
dio, come ci dimostra una moneta dell’epoca che raffigura il Leukaspis
ed un tempio a lui dedicato nella città, sulle cui rovine probabilmente
sorge la chiesa più grande del paese. I greci a Mistretta divennero
sempre più numerosi e la città venne “ellenizzata” pacificamente.
Rapidamente la “polis sicula” s’ingrandì e si mantenne indipendente
con un suo arconte, secondo le leggi greche. Presto si riempì di
templi (su quello dedicato a Dioniso sorge attualmente la Chiesa
di San Giovanni Battista), ginnasi, teatri, e c’era anche una necropoli
sita nella pendice occidentale del monte del castello e un’altra
sita nell’attuale territorio della "Villa allegra" all’ingresso
della città, dove sono stati ritrovati vasi commemorativi, frantumi
di marmo con iscrizioni funebri, ossa, cocci e altri reperti che
ci segnalano l’antica presenza di una necropoli in quel luogo.
Era presente a Mistretta anche una fortezza, di cui hanno parlato
Polibio e Tucidide, che dominava la città. Le sue macerie sono riconoscibili
nella campagna antistante il monte castello, presso cui scavi hanno
portato alla luce reperti archeologici di grande valore storico.
Sullo sfondo delle Guerre Puniche, il centro ellenico fu posto sotto
un terribile assedio dai Romani e nel 258, i consoli Ottacilo e
Valerio (console), dopo aver sconfitto molte tra le più importanti
città sicule, assediarono Mistretta per ben due volte usando anche
molte macchine belliche, come la catapulta, per far terminare l’aspra
resistenza dei mistrettesi, si racconta che dopo sette mesi d’inutile
assedio, i romani si ritirarono devastando vandalicamente le campagne.
In seguito giunsero in Sicilia i consoli Attilio Calatino e Caio
Sulpizio che per la terza volta assediarono la città, questa volta
i mistrettesi, avendo avuto tutti i raccolti distrutti, impietositi
dalle lacrime delle mogli e sconfortati dall’abbandono delle città
di Noma e Alesa, città alleate, aprirono le porte della città ai
romani che dichiararono di essere indulgenti, ma non fu così ed,
infatti, su ordine di Aulo Attilio, la città fu devastata. Silio
Italico nelle sue "Storie" ci presenta Mistretta come un importantissimo
centro che forniva ai romani oltre al grano anche soldati ben addestrati,
per questo apparteneva alle città federate che godevano del privilegio
di pagare le tasse solo in minima parte, compensano con uomini e
frumento. Ed in effetti Mistretta acquista importanza con i Romani
per la sua posizione dominante, divenendo punto di riferimento imprescindibile
per chi viaggiava tra il cuore della Sicilia ed il Tirreno. Tracce
storiche inerenti la città di Mistretta si trovano nelle "Verrine"
ciceroniane in cui si narra dei soprusi commessi dal governatore
Caio Verre in varie città siciliane, tra le quali proprio Mistretta
sfruttata per l’enorme produzione di grano e per la ricchezza del
centro abitato. Fu poi con Cesare Augusto che Mistretta, come moltissimi
centri importanti, per vari motivi, iniziò ad impoverirsi e di questa
città non si hanno più tracce storiche fino all’epoca imperiale,
quando la popolazione riprese ad aumentare e a progredire nella
pastorizia, nell’agricoltura e nel commercio. Dopo la caduta dell’impero,
Mistretta divenne preda dei Vandali, poi dei Goti ed infine fu assoggettata
dai bizantini che conquistarono l’intera Sicilia nel 535 d.C. In
questo periodo, Mistretta dovette sostenere una forte fiscalizzazione
e il suo territorio fu sottoposto a ruberie e saccheggi, ma si arricchì
ulteriormente di opere d’arte.
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Antica moneta amastratina
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Il
Medioevo
A Mistretta è giunta
anche la dominazione araba. Gli Arabi dominarono il paese tra l’827
e il 1070 e costruirono il Castello nel punto più alto della città.
Dopo il periodo bizantino, la conquista musulmana rappresentò la
premessa per una nuova fioritura per i mistrettesi, infatti, i nuovi
venuti, guidati da Ibrahim Ibn Ahamed, erano mercanti e coltivatori
e volevano valorizzare gli splendidi territori ereditati dai loro
predecessori. Dal punto di vista religioso, non vi fu una forte
penetrazione della cultura araba, ma per quanto riguarda gli aspetti
sociali e politici e l’introduzione di nuove tecniche costruttive
in edilizia o l’introduzione di nuove colture e tecniche di coltivazione,
la presenza araba ha arricchito ulteriormente la cittadina mistrettese.
Alla dominazione araba successe quella normanna durante la quale
il castello fu ampliato ed abbellito. Il re normanno Ruggero d'Altavilla,
nel 1101, donò Mistretta con le sue chiese, i suoi splendori e con
tutto il suo territorio al fratello Roberto, Abate della Santissima
Trinità in Mileto Calabro e dall’atto di donazione si possono ricavare
notizie storiche sul paese che in quel periodo si stava ampliando
lungo le falde del monte su cui sorgeva il castello arabo-normanno
ed entro le mura di difesa di cui resti sono visibili nel Vico Torrione
e lungo la Strada Numea dove si apre la Porta Palermo, una delle
due antiche porte della città. Oltre all’insediamento urbano circondato
dalle mura, vi erano numerosi "bagli", aggregati sociali e produttivi
circondati da orti, ed è proprio dagli antichi "bagli" che hanno
avuto origine i quartieri medioevali di Mistretta ricalcati ancora
oggi nell’attuale tessuto urbano del centro storico. Il castello
è più volte al centro di operazioni militari, come nel 1082, quando
Giordano, figlio illegittimo di Ruggero, approfittando dell'assenza
del padre recatosi nelle Calabrie, tenta con la complicità dei suoi
cortigiani di usurpare il potere, insediandosi stabilmente al governo
della Sicilia, o ai tempi di Guglielmo il Malo, quando Matteo Bonello,
ricevuta nel 1160 l'investitura della città, si fa promotore di
una cospirazione contro il monarca, che diede i risultati sperati
(ebbe come unico effetto l'uccisione del ministro Maione di Bari).
La città fu insignita da Federico II di Svevia del titolo di "Città
imperiale" e fu successivamente infeudata a Federico d'Antiochia
e quindi a suo figlio Corrado. Fu in questo periodo che nacque l'attuale
stemma della città raffigurante un'aquila, simbolo di potenza (essendo
una città imperiale), ed una croce, simbolo di redenzione (era finita
la dominazione araba). Con i Normanni, i grandi latifondi, smembrati
dagli Arabi, si ricostituirono e si rafforzò ancora di più il baronaggio.
Finita la dominazione normanna, vi fu l'occupazione angioina che
fu una vera e propria dominazione militare. Carlo I d'Angiò importò
in Sicilia un feudalesimo arcaico danneggiando l'economia di molti
importanti centri, tra cui Mistretta che fondava la sua prosperità
sull'agricoltura e sul commercio, data la sua posizione geograficamente
strategica. Impoverita e sfruttata dai francesi che distrussero
anche i feudi normanni accorpandoli in grandi latifondi gestiti
da signori angioini senza scrupoli e sottoposta ad infamie, ruberie
e a forti prelievi fiscali, la città di Mistretta insorse e, nel
1282, i cittadini di Mistretta si unirono alla rivolta dei "Vespri
Siciliani". Per il gran contributo apportato nella lotta contro
i francesi, la città fu inserita tra quelle demaniali ed accolta
nel Parlamento del Regno di Sicilia con capitale Palermo, sotto
gli Aragonesi. Durante la dominazione aragonese, furono le baronie
locali a dominare su Mistretta.
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Panorama con Castello

Ruderi del Castello

Ricostruzione grafica del Castello
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Dal
medioevo al Seicento
Nel 1447, re Alfonso,
sancì la demanialità di Mistretta ed i suoi Casali e, nel consentire
al ceto artigiano di entrare a far parte del governo della città,
creò i presupposti affinché, nel XVI secolo, la città si arricchisse
di numerosi monumenti religiosi e civili. Notevoli testimonianze
del Cinquecento, fase storica di splendore per Mistretta, ci sono
date dalla magnificenza dei lavori con i quali gli scalpellini del
paese arricchirono la Chiesa Madre, aggiungendoli ai raffinatissimi
interventi dei Gagini. Di questo periodo è pure la fondazione dell’Ospedale
e la "Casa dei Pellegrini", edifici ancora oggi esistenti con le
loro originarie caratteristiche. La città, tuttavia, mentre si arricchiva
di arte (il barocco, le chiese, i palazzi, tele, sculture, ...),
subiva la stessa sorte del resto della Sicilia, la perdita del peso
politico, dominata dai re di Castiglia.
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Portale della Chiesa Madre
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Mistretta
dal Settecento ad oggi
Il Settecento fu anch’esso
periodo di benessere per i mistrettesi, per la crescita economica
dovuta all’esportazione di prodotti agricoli ed allo sfruttamento
dei boschi comunali. Mistretta diviene quindi importante centro
commerciale e sede d’uffici e magazzini che consentivano una efficiente
lavorazione e commercializzazione dei prodotti. A questa ricchezza
corrisponde l’affermarsi di una ricca borghesia che, grazie alle
proprie commesse, consentì il fiorire di una serie di attività artigianali
per la lavorazione del ferro e del legno. Questa ricca classe sociale
provvide a far edificare palazzi signorili e urbanizzò l’area di
proprietà della Chiesa di Santa Caterina d'Alessandria ai confini
del bosco che sovrasta la cittadina. Nel 1713 (Trattato di Utrecht),
la Spagna cedette i suoi possedimenti in Italia all’Austria, ma
il principe Vittorio Amedeo di Savoia cui spettava la Sicilia la
barattò in cambio della Sardegna e l’isola passò a Carlo VII del
Sacro Romano Impero e più tardi a Carlo III di borbone; per i mistettesi
e tutti i siciliani iniziava la dominazione borbonica. Sotto i Borboni,
Mistretta divenne totalmente gestita dai baroni locali, dato il
mal governo e l’incuria dei sovrani borbonici. La borghesia locale
si preoccupò di abbellire a ampliare la città e durante l’Ottocento
furono costruiti palazzi, fu messo in opera un poderoso riassetto
urbanistico, furono abbellite le chiese con numerose opere d’arte,
fu aperta la biblioteca comunale. La città riacquistò così l’antica
importanza e divenne il punto di riferimento commerciale e culturale
per tutti i centri vicini raggiungendo una popolazione di poco meno
di 20.000 abitanti. Il regime poliziesco di Ferdinando II e il malcontento
diffusosi a Mistretta presso la nascente classe media costituita
da professionisti, artigiani e massari, fecero sì che la cittadina
mistrettese fosse la prima ad insorgere contro i borboni dopo Palermo
nel 1860 contribuendo alla causa dell’unità d’Italia. Successivamente
Mistretta subì le vicende di tutta la Sicilia nell’Italia post-unitaria
fino ai giorni nostri. All’inizio del ‘900, infatti, la Sicilia
aveva quasi del tutto consumato l’immagine forte che il secolo appena
concluso le aveva permesso di costruire e consegnare, la sua storia
regionale superava in varietà e prestigio quella delle altre regioni.
Mistretta, come molte altre città sicule in quel periodo, aveva
raggiunto l'apice del suo splendore economico, artigianale, artistico
e culturale, ma dietro ai palazzi nobiliari, ai circoli culturali,
alle fiere, alle feste di paese, si nascondevano le sorti infauste
che hanno segnato le vicende di numerose cittadine della Sicilia.
La cittadina ha seguito il destino di gran parte dei centri di montagna
siciliani nel Novecento, ha subito i colpi inferti dalla disoccupazione
fino allo spopolamento per emigrazione (dai 20.000 abitanti dell’Ottocento,
oggi sono poco più di 5.000), subisce la fuga dei più giovani che
per motivi di studio o per cercare nuove opportunità lasciano il
centro nebroideo, vede scomparire ogni giorno parte del suo patrimonio
artistico-culturale sotto i colpi inferti dalla negligenza e dalla
delinquenza. Mistretta fu uno dei primi comuni siciliani ad avere
l'energia elettrica e oggi nel suo comune ci sono un Tribunale,
l’Ospedale, la Caserma dei carabinieri, un carcere, due licei (classico
e scientifico), l’Asl e sono presenti numerose strutture e servizi
che non si giustificherebbero in un piccolo centro montano se non
ricorrendo alla sua millenaria storia. Degli antichi fasti e della
grandezza di un tempo rimangono tracce tangibili nelle 22 chiese
ancora tutte attive e ricche d’opere d’arte di valore inestimabile,
nei palazzi e nei monumenti.
Fonte:Wikipedia
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Centrale elettrica di Mistretta
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